Betlemme, le Chiese annunciano il restauro della Grotta della Natività
Betlemme, le Chiese annunciano il restauro della …Marie-Armelle Beaulieu
26 gennaio 2026
Finalmente è ufficiale: le Chiese che custodiscono la basilica della Natività confermano l’imminente inizio dei lavori di restauro della grotta dove la tradizione colloca la nascita di Gesù.
«Il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa annunciano l’imminente inizio dei lavori di restauro della Grotta della Natività, un luogo sacro venerato in tutta la cristianità come il luogo dell’Incarnazione».
Con queste parole, le Chiese responsabili della basilica della Natività hanno annunciato ufficialmente, in una dichiarazione congiunta del 23 gennaio 2026, l’avvio dei lavori di restauro della Grotta della Natività a Betlemme.
Il progetto, specificano, sarà realizzato «sotto gli auspici della Presidenza dello Stato di Palestina», in conformità con un decreto presidenziale del 2024 e nel quadro dello Status Quo dei Luoghi Santi.
Questo annuncio ufficiale era atteso, dopo che Mahmoud Abbas aveva già fatto un accenno prima di Natale, durante un discorso a Roma. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese è direttamente coinvolto, poiché la basilica della Natività fa parte di un sito inserito nella lista dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco dal 2012, la prima iscrizione portata dalla Palestina dopo la sua ammissione all’Unesco nel 2011.
Sul terreno, i lavori di costruzione hanno già avuto una conseguenza ben visibile: lo smantellamento di tendaggi, tessuti ed elementi decorativi, eseguito da ciascuna comunità secondo i propri diritti e le proprie usanze. Questa graduale rimozione rivela la grotta in uno stato di quasi nudità, dato che solitamente lo spazio è pieno di tessuti, lampade, ornamenti e dispositivi di protezione. La «grotta» più visitata della cristianità si rivela improvvisamente nella sua cruda materialità: uno spazio angusto, buio, usurato, segnato dal tempo.
Il comunicato stampa sottolinea il quadro della cooperazione: l’iniziativa è guidata dai greco-ortodossi e dai francescani, con la «fraterna collaborazione» del Patriarcato apostolico armeno. Inoltre, specifica che l’impresa responsabile del progetto è l’azienda italiana Piacenti s.p.a., già responsabile del recente e ampio programma di restauro della basilica. Questo dovrebbe garantire continuità di metodo e competenza.
Che cosa necessita di restauro
Le ragioni del restauro sono evidenti a chiunque conosca la grotta. È nera, ricoperta di fuliggine proveniente dalle lampade a olio che vi hanno bruciato ininterrottamente per secoli e da incendi, uno dei quali, nel maggio 2014, ha annerito gli arazzi e le decorazioni in legno. A ciò si aggiunge l’estrema usura di un piccolo spazio approssimativamente rettangolare (12,30 x 3,50 metri) attraversato da milioni di pellegrini. L’osservazione del sito ci permette di valutare la probabile natura dei lavori.
Innanzitutto, il soffitto: dovrebbe essere sottoposto a un’accurata pulizia per rimuovere gli strati di fuliggine, nonché a una verifica della stabilità della roccia e della muratura dove sono visibili crepe. Se la volta riacquista una tonalità più chiara, l’effetto sarà immediato: una grotta leggermente meno scura e dall’aspetto meno fatiscente.
Inoltre, il pavimento in marmo: potrebbe risalire al VI secolo. È più facile comprendere che, nonostante il suo spessore, presenta ormai segni di usura tali da essere forato nel punto in cui poggiano le punte delle scarpe dei pellegrini inginocchiati davanti alla stella a 14 punte.
Anche le due scale di accesso – ingresso e uscita – dovranno essere ricostruite, sia per motivi di conservazione che di sicurezza. Il comunicato stampa menziona anche «interventi di rinforzo tecnico nelle sezioni adiacenti». Questo significa che i lavori non saranno strettamente limitati alle poche decine di metri quadrati della grotta stessa, ma si estenderanno alle aree di collegamento, di sostegno e di circolazione.
Che ne sarà dell’arazzo ignifugo, donato nel 1874 dall’allora presidente francese Patrice de Mac Mahon, che ora appare nel suo pallore, più minaccioso che protettivo?
Stando ai lavori svolti durante il restauro della parte superiore della basilica, il progetto potrebbe mirare a restaurare senza trasformare, a mettere in sicurezza senza rendere spazio museale, un luogo destinato al pubblico e anche un luogo di culto vivo.
Il cantiere dovrebbe riguardare anche gli elementi liturgici: gli altari della Natività e della mangiatoia necessitano anch’essi di consolidamento e pulizia.
Possiamo anche aspettarci che l’impresa Piacenti documenti l’antica morfologia del sito per una migliore comprensione dell’accesso originale alla grotta prima dei grandi e successivi lavori di ristrutturazione della basilica.
Nello scorso dicembre, alcuni articoli relativi all’annuncio anticipato dei lavori menzionavano che avrebbero potuto durare quattro anni. Ora si capisce che saranno «molto meno». Ciononostante, le autorità ecclesiastiche assicurano di voler mantenere il più possibile l’accesso al luogo sacro. L’impresa, come si è visto nella basilica superiore, potrebbe isolare zone successive e favorire i periodi di lavoro notturno.
Un sito documentato fin dai primi tempi
La Grotta della Natività è un luogo intriso di storia. Questo spiega la cautela delle Chiese che ne condividono la proprietà e l’utilizzo, nel formalizzare qualsiasi accordo.
Riguardo alla storicità del sito, i Vangeli sono concisi: Matteo colloca la nascita «a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode», mentre Luca menziona la mangiatoia perché per loro non c’era posto nell’alloggio. Il collegamento esplicito con una grotta non è menzionato, ma la tradizione si radicò molto presto.
Nel II secolo, Giustino Martire afferma che Giuseppe e Maria avevano occupato «una grotta molto vicina a Betlemme» e che Maria vi diede alla luce Gesù. Intorno al III secolo, Origene scrisse che la venerazione legata al sito era sufficientemente radicata che anche i non cristiani «della zona» avevano familiarità con la grotta e la mangiatoia mostrata ai visitatori. Il ricordo di Betlemme non è quindi una costruzione tarda: affonda le sue radici molto presto in una geografia di pellegrinaggio.
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Il sito ha subito anche periodi di profanazione e riconquista. San Girolamo, che si stabilì a Betlemme nel 384, descrive un luogo un tempo oscurato e riadattato sotto l’imperatore Adriano, poi restaurato come santuario per la preghiera. Parla di un piccolo spazio, e menziona le preghiere dei fedeli nelle cavità vicine. Questo è un aspetto cruciale: la Grotta della Natività non può essere intesa isolatamente, ma piuttosto come il nucleo di una rete di grotte e antiche cisterne sottostanti il complesso e che lo circondano.
La basilica stessa divenne rapidamente un luogo monumentale. Antichi resoconti collocano la grotta sotto la chiesa costantiniana; la basilica fu consacrata nel 339. Incendiata e poi distrutta nel 529, fu ricostruita negli anni successivi dall’imperatore Giustiniano, che le diede la forma attuale.
La circolazione interna si è evoluta un po’ più tardi: da un unico ingresso antico, tra il VI e il IX secolo – un periodo suggerito dai resoconti dei pellegrini – furono aggiunte due scale per facilitare il flusso di persone. La grotta assunse quindi la sua forma attuale: uno spazio rettangolare, strutturato dai suoi punti liturgici e integrato nell’architettura superiore.
È proprio questa continuità – II secolo, IV secolo, VI secolo e Crociata, incendi, terremoti, restauri parziali – che conferisce all’attuale progetto il suo significato: non stiamo intervenendo su una mera decorazione, ma su un luogo in cui ogni strato materiale è anche uno strato di storia. Se oggi la grotta appare spoglia, questa è forse l’immagine migliore di ciò che è in gioco: trovare un equilibrio tra conservazione, sicurezza e fedeltà a un luogo che dura da quasi due millenni e che ancora proclama la nascita di un Dio fatto uomo per la salvezza del mondo.